Spiegazioni 24 Agosto 20264 min di lettura

Quante imprese usano l’IA in Italia: solo il 16,4%, ma è il doppio dell’anno prima

I dati Eurostat sul 2025 mettono l'Italia sotto la media europea, ferma al 19,95%. Il divario dipende dalla taglia delle imprese più che dal paese.

Ogni anno Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, chiede alle imprese del continente se usano tecnologie di intelligenza artificiale, e quali. È la sola misura confrontabile fra paesi che esista sull’argomento, ed è anche l’unica che non arrivi da chi quelle tecnologie le vende. L’ultima rilevazione riguarda il 2025 e i dati sono stati aggiornati a giugno 2026.

Il risultato per l’Italia è il 16,4%: poco più di un’impresa su sei. La media dell’Unione è 19,95%, quindi siamo sotto di tre punti e mezzo. La Danimarca sta al 42%, la Finlandia al 37,8%, la Svezia al 35%. In fondo alla classifica ci sono la Romania al 5,2%, la Polonia all’8,4% e la Bulgaria all’8,5%.

Prima di leggere questi numeri conviene sapere chi ci sta dentro: la rilevazione riguarda le imprese con almeno dieci addetti, esclusi agricoltura, attività estrattive e settore finanziario. In Italia, dove la stragrande maggioranza delle imprese sta sotto i dieci addetti, questo vuol dire che il 16,4% descrive una minoranza delle aziende del paese, e non la più piccola.

Il dato che nessuna classifica mostra

La graduatoria per paese è la fotografia che circola di più, ed è anche la meno utile. Se si guardano gli stessi numeri divisi per dimensione dell’impresa, il quadro cambia.

  • Imprese da 10 a 49 addetti: Italia 14,2%, media europea 17,0%.
  • Da 50 a 249 addetti: Italia 27,6%, media europea 30,4%.
  • Oltre 250 addetti: Italia 53,1%, media europea 55,0%.

In nessuna delle tre classi l’Italia è distante dalla media europea più di quanto lo sia nel totale. Anzi: il divario complessivo (3,5 punti) è più largo di quello che si registra in ciascuna classe presa da sola, e sulle grandi imprese si riduce a meno di due punti.

Quando succede una cosa del genere, la spiegazione sta nella composizione. Le imprese italiane con almeno dieci addetti sono mediamente più piccole di quelle europee, e la taglia è la variabile che pesa di più su questo indicatore ovunque, non solo da noi: in tutta l’Unione una grande impresa ha una probabilità più che tripla di usare l’intelligenza artificiale rispetto a una piccola. Il ritardo italiano, in altre parole, è in buona parte il ritardo delle imprese piccole, che è un problema europeo con un’esposizione italiana più forte.

C’è poi il movimento, che nella fotografia non si vede. Nel 2024 le imprese italiane che usavano l’IA erano l’8,2%: in dodici mesi il valore è raddoppiato, con una crescita di 8,2 punti contro i 6,5 della media europea. Non basta a colmare la distanza, ma dice che il divario si sta restringendo e non allargando.

Cosa fanno, quelle che la usano

La rilevazione chiede anche quali tecnologie sono in funzione. In cima ci sono l’analisi automatica di testi (11,75% delle imprese europee), la generazione di immagini o audio (9,55%) e la generazione di testo (8,76%). Sono strumenti da ufficio, non impianti industriali, e questo spiega perché il settore che guida la classifica sia informazione e comunicazione, al 62,5%, seguito dai servizi professionali e scientifici al 40,4%, mentre le costruzioni restano al 10,8%.

Gli usi dichiarati raccontano la stessa storia: marketing e vendite per il 34,7% delle imprese che adottano l’IA, amministrazione per il 31%. Sulla sicurezza informatica compare invece la distanza più netta fra grandi e piccole: la usa il 47,5% delle grandi imprese e il 14,5% delle piccole, che è quasi un rapporto di uno a tre.

Cosa ferma le altre

La domanda più interessante del questionario è rivolta a chi l’intelligenza artificiale l’ha presa in considerazione e non l’ha adottata. Le risposte, in ordine:

  • Mancanza di competenze: il 70,9% delle imprese che ci hanno pensato.
  • Incertezza sulle conseguenze legali: 52,5%.
  • Timori sulla riservatezza dei dati: 48,8%.

Nessuno dei tre è un ostacolo tecnologico, e nessuno dei tre si risolve comprando uno strumento. Il primo è una questione di persone: qualcuno in azienda deve sapere abbastanza da capire dove serve e dove no. Il secondo e il terzo sono la stessa domanda vista da due lati, cioè cosa succede ai dati aziendali quando passano dentro un servizio di intelligenza artificiale, ed è la domanda che chi vende quei servizi spesso lascia senza risposta scritta.

Vale la pena notare che questa graduatoria non è cambiata negli anni in cui i modelli miglioravano più in fretta. Quello che frena la diffusione non è la qualità degli strumenti: sono le competenze per scegliere e le condizioni contrattuali per fidarsi. Chi decide oggi se portare l’intelligenza artificiale in azienda farebbe bene a partire da lì, e a chiedersi prima di tutto che fine fanno i dati aziendali che entrano nel sistema.

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