Notizie 25 Agosto 20264 min di lettura

Più gente usa l’IA e meno gente si fida, lo ammette anche l’ad di Anthropic

L'uso dell'IA generativa è salito al 73% dei consumatori mentre l'entusiasmo cala del 30%. Anche chi la vende comincia a dirlo.

I due numeri che raccontano meglio questo momento vanno letti insieme. L’uso dell’IA generativa fra i consumatori è salito al 73%, dal 45% del 2024, secondo il rapporto annuale della società di consulenza Prophet. Nello stesso periodo l’entusiasmo verso la tecnologia è calato del 30%.

La gente la usa sempre di più e le piace sempre di meno. Il Pew Research Center misura la stessa cosa sul versante dell’opinione: metà degli adulti statunitensi si dice più preoccupata che ottimista sulla diffusione dell’IA, un decimo ha un parere favorevole, e nel 2021 i preoccupati erano il 37%.

La risposta di chi la vende

Il 15 agosto l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, è intervenuto pubblicamente su questo malumore. Gli aveva dato del corresponsabile l’investitore Gavin Baker, sostenendo che gli allarmi ripetuti di Amodei sui pericoli dell’IA hanno alimentato l’ostilità americana verso il settore, quella che si vede per esempio nelle proteste locali contro i centri dati, e chiedendogli di fare uno sforzo per parlare del proprio settore in termini più positivi.

Amodei ha risposto che il problema non nasce da chi avverte sui rischi. Secondo lui si tratta “fondamentalmente di una crisi di fiducia”: le persone comuni non si fidano delle aziende, dei governi né dell’industria tecnologica, e danno per scontato che si stia preparando qualche nuovo modo di fregarle.

Poi ha aggiunto la frase che pesa più di tutte, perché è un’ammissione e arriva da dentro: la critica di gran lunga più accurata rivolta alle aziende di IA, Anthropic compresa, è che non hanno ancora mantenuto le grandi promesse fatte al mondo.

I numeri che dovrebbe guardare chi deve decidere

Il sentimento del pubblico è un indicatore debole per chi lavora. Le rilevazioni sulle aziende sono più utili, e l’ANSA le ha messe in fila il 17 agosto:

  • secondo il MIT, solo il 5% dei progetti di IA arriva a un impatto significativo;
  • secondo S&P Global Market Intelligence, nel 2025 il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior parte delle proprie iniziative di IA, contro il 17% dell’anno prima;
  • il 46% dei progetti viene scartato prima di arrivare in produzione, per costi troppo alti, problemi di sicurezza e questioni di riservatezza dei dati.

Sono numeri che vanno letti per quello che dicono, non per quello che sembrano dire. Il 42% che rinuncia non racconta una tecnologia che non funziona: racconta progetti partiti senza un conto dei costi ricorrenti, senza una risposta sui dati e senza qualcuno in azienda che rispondesse del risultato. Le tre ragioni citate, spesa, sicurezza e riservatezza, si valutano prima di cominciare, non dopo il primo trimestre di fatture.

Chi vuole vedere quanto sia difficile prevedere quella spesa può guardare i conti pubblici delle grandi aziende: li abbiamo esaminati parlando del costo variabile dell’IA nei bilanci di SAP, Uber e Accenture, dove la voce cresce più in fretta dei benefici dichiarati.

La sproporzione che sta sotto

Sull’altro piatto della bilancia c’è la spesa di chi costruisce. Quattro anni fa Google investiva in IA meno di 30 miliardi di dollari l’anno; quest’anno ha superato i 90. La Banca centrale europea ha osservato che il rialzo azionario innescato dall’intelligenza artificiale ha portato le valutazioni del settore tecnologico a livelli che non si vedevano dai tempi della bolla delle società internet, con le famiglie europee esposte a titoli tecnologici statunitensi per 440 miliardi di euro.

È la sproporzione che spiega il resto. Quando l’amministratore delegato di uno dei tre laboratori principali dice che le promesse non sono state mantenute, non sta facendo autocritica: sta chiedendo altro tempo, e con quelle cifre in ballo è l’unica cosa che possa chiedere. Chi deve decidere se mettere l’IA dentro il proprio lavoro ragiona su orizzonti più corti, e per farlo gli servono le due domande che i numeri qui sopra rendono ineludibili: quanto costa tenerlo acceso per un anno, e chi in azienda si prende la responsabilità di quello che produce.

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